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Armando Petrucci
Leggere nel Medioevo
(in Lucio Coco, La lettura spirituale:
scrittori cristiani tra Medioevo
ed età moderna, Milano, Sylvestre Bonnard, pp. 5-25)
[redazione del testo a cura di Renzo Iacobucci]
1. I mille anni coperti dal Medioevo costituiscono un periodo
particolarmente importante per unindagine della letteratura
concepita come studio delle tecniche e dei comportamenti,
individuali o collettivi, riguardo allatto di leggere,
considerato sotto laspetto psico-fisico, culturale e
sociale. Durante il Medioevo, infatti, i modi e le condizioni di
lettura tradizionali nella tarda antichità sono oggetto di
radicali trasformazioni. Questepoca vede ugualmente
formarsi e diffondersi modi di leggere che saranno poi quelli
dellepoca moderna, contraddistinta dalla stampa a caratteri
mobili [1].
2. Nella tarda antichità, due importanti novità avevano già
in parte modificato i modelli e le tecniche di lettura in vigore
nella cultura classica, novità che avevano preso forma e si
erano progressivamente diffuse nellambito della cultura e
delle comunità cristiane. Si tratta in primo luogo della
suddivisione del testo evangelico in "cola e commata";
questi brevi e isolati segmenti di testo rendevano più agevole
la lettura, accessibile anche ai semianalfabeti che avevano poca
familiarità con i libri. Tale novità era stata introdotta da
Gerolamo, per servire, come afferma lui stesso, "utilitati
gentium"; si trattava in realtà di venire in aiuto, come
ricorda Cassiodoro (Inst. I, praef. 9 et I, XII, 4)
ai "simplices fratres", per i quali quello era
lunico modo di "pronuntiare sacratissimas
lectiones" "inculpabiliter". Seguì poi
linvenzione delle miscellanee, raccolte di testi diversi di
autori differenti, trascritti uno di seguito allaltro.
Collegati talvolta da un tema comune (si parla allora di
miscellanee coerenti e organiche), i testi potevano essere anche
semplicemente giustapposti senza alcuna apparente logica. Tale
innovazione, apparsa nellambito della comunità
cristiano-copta di Egitto nel corso del IV secolo, è stata
trasmessa allalto Medioevo e costituisce, senza alcun
dubbio, una trasformazione profonda e significativa del modello
di lettura tradizionale, fondata sul libro unitario che contiene
unopera, o tuttal più le opere, di un solo autore [2].
La tarda antichità ha ugualmente lasciato in eredità
allalto Medioevo differenti modi di lettura. Cassiodoro
distingue nettamente la "sedula lectio", alla quale si
dedica lui stesso (Inst. I, praef. 8), dalla
"simplicissima lectio", che è quella dei confratelli
meno colti (ibid., 9). Il primo tipo di lettura è una
operazione culturale propria dello studioso, attraverso la quale
egli diventa padrone del testo per istruirsi, commentarlo o
collazionarlo, da solo o con alcuni collaboratori scelti; il
secondo tipo di lettura è unoperazione essenzialmente
liturgica, eventualmente pubblica, e quindi
"pronuntiata" ad alta voce, contrariamente alla prima
che è silenziosa e solitaria (o quasi).
La meraviglia che prova Agostino (siamo nel 384) nel vedere
Ambrogio leggere "tacite" (Conf., IV, 3) ha
indotto recentemente alcuni storici a distinguere tra lettura ad
alta voce, propria del mondo classico, e lettura silenziosa, che
avrebbe inventato il Medioevo, o per lo meno la cristianità.
In realtà, come si sa, labitudine di "tacite
legere" era già in uso nel mondo antico (Hor., Sat.,
II, V, 68); e, per ciò che concerne lalto Medioevo, la
situazione è ben più complessa di quanto non sembri a prima
vista. È infatti possibile distinguere tre tecniche di lettura
ampiamente diffuse e utilizzate scientemente in tre prospettive
differenti: la lettura silenziosa, "in silentio"; la
lettura a bassa voce, chiamata mormorio o
"ruminazione", che serviva da supporto alla meditazione
e come strumento di memorizzazione; infine la lettura a voce
alta, che esigeva, come nellantichità, una tecnica
particolare e si avvicinava molto alla pratica della recitazione
liturgica e del canto.
Ognuna di queste tecniche corrispondeva dunque a una precisa
funzione ed era praticata in circostanze e contesti ben
determinati: la prima e, probabilmente, la seconda, si svolgevano
nella solitudine della cella; la terza in pubblico, alla presenza
della comunità. Nellambito della cultura cristiana, esse
subivano largamente linfluenza delle tecniche e delle
pratiche della liturgia e della preghiera.
3. In realtà, nellambito della cultura scritta
dellalto Medioevo, sembra che il fenomeno più importante,
che ha avuto le più profonde ripercussioni, sia stato non tanto
il contrasto tra lettura silenziosa e lettura pronunciata quanto
piuttosto il divario evidente, sebbene fino ad ora poco
sottolineato, fra pratiche di scrittura e pratiche di lettura.
Tutti coloro che hanno una conoscenza diretta dei manoscritti
dellalto Medioevo sanno a che punto mancano loro quegli
strumenti che facilitano la lettura e quindi la comprensione del
testo per la maggior parte dei lettori. Luso diffuso della
scrittura continua, senza spazi di separazione tra le parole,
luso senza regole delle maiuscole, spesso senza fornire né
indicazioni né orientamento, la punteggiatura rara, arbitraria,
poco o per nulla differenziata, o anche completamente assente,
tutto ciò faceva evidentemente della lettura una operazione
faticosa, anche per i lettori di grande cultura. Si ha
limpressione che, nel complesso, non si cercasse di
accorciare i tempi di lettura, che si facesse piuttosto di tutto
per mantenere una lettura estremamente lenta, attenta, quasi
balbettante; in ogni caso, una delle caratteristiche fondamentali
dellattività di lettura nel Medioevo consisteva in un
lento meccanismo di compitazione forzata.
In fin dei conti, tutto ciò era il risultato di una concezione
secondo la quale la scrittura non era al servizio della lettura
ma trovava il suo scopo in se stessa. In questa prospettiva, la
scrittura obbediva a proprie regole di composizione, a propri
ritmi di esecuzione, senza che fossero presi in considerazione,
né nella fase di composizione, né in quella di esecuzione, gli
effetti che questi ultimi potevano avere sulle pratiche di
lettura.
Luso della scrittura continua, per esempio, nasceva da una
necessità di ordine estetico. Serviva a mantenere la presenza
ininterrotta del nero sulla riga e a garantire alla pagina
unarmonia generale, che si fondava interamente
sullequilibrio del rapporto che regolava, in alternanza, il
nero delle parti scritte con il bianco di quelle lasciate vuote.
Non a caso, per due scritture caratteristiche della tarda
antichità, la onciale e la semi-onciale, la scrittura continua
è stata sempre adottata sistematicamente.
A tale proposito, Paul Saenger ha recentemente sostenuto una tesi
differente: secondo lui, "la separazione delle parole"
avrebbe costituito "il contributo dellalto Medioevo
allevoluzione della comunicazione scritta
occidentale"; il fenomeno sarebbe apparso per la prima volta
e in particolare nel secolo VIII, nei manoscritti prodotti nelle
isole britanniche [3].
Unindagine sommaria effettuata su un certo numero di
raccolte di fac-simili ha mostrato che, in realtà, la situazione
nellalto Medioevo era più confusa e più complessa di
quanto le osservazioni di Saenger peraltro suggestive
lascino pensare. Allora, vi erano, in effetti, due
pratiche comunemente diffuse: quella della scrittura continua e
quella, alla quale ricorrevano soprattutto gli scribi di poco
talento, che consisteva nel separare in gruppi le lettere in modo
irregolare e totalmente arbitrario; al punto che spesso la cesura
si verificava nel bel mezzo della parola a gran danno del
lettore.
È vero che, in certi manoscritti, fin dallVIII e IX secolo
comparve luso di una separazione regolare delle parole. Ma
non si tratta di un uso esclusivamente insulare, poiché lo si
riscontra anche in manoscritti tedeschi, provenienti da centri
fondati da Irlandesi, ma anche da centri autoctoni. Si
riscontrano ugualmente nei manoscritti della Svizzera retica, e
in un certo numero di manoscritti dellItalia
settentrionale. Probabilmente queste sono zone dove, come nelle
isole britanniche, la minore conoscenza del latino aveva
affrettato linvenzione di strumenti per una lettura più
agevole del testo. In epoca carolingia, le due pratiche sono in
uso parallelamente; nellItalia meridionale, la separazione
delle parole apparve tra il IX e il X secolo, ma non si diffuse e
non si impose che nella prima metà dellXI secolo [4].
4. In fondo, nellinsieme si ha limpressione che lo
scriba dellalto Medioevo sia stato poco sensibile ai
problemi e alla pratica della lettura; questa indifferenza non
può derivare che dalla scarsa confidenza che lui stesso aveva
con tale pratica. Infatti, lo scriba dellalto Medioevo era
destinato e preparato (quando lo era) alla scrittura, non alla
lettura; ciò spiega anche il numero elevato di scribi incapaci,
rozzi e incolti, che caratterizzavano la produzione del libro
nellalto Medioevo [5].
Non ci si stupirà, dunque, per quanto racconta il cronista
Eckhard IV di San Gallo, a proposito del suo omonimo predecessore
Eckhard I che, nella seconda metà del X secolo, destinava alla
copia dei libri coloro che, fra i suoi giovani confratelli, egli
giudicava i meno intelligenti e i meno atti allo studio: "et
quos ad literarum studia tardiores vidisset, ad scribendum
occupaverat et lineandum" [6]. Il fatto
più singolare è che ciò avveniva in un monastero come quello
di San Gallo, allora un centro molto attivo nella produzione
libraria.
Le sottoscrizioni che certi scribi apponevano nei manoscritti,
una volta terminato il loro lavoro, confermano ulteriormente che
i copisti dellalto Medioevo non avevano, nella loro
attività, alcuna preoccupazione per la lettura, né per i
lettori. È in effetti raro che essi si rivolgano al loro
interlocutore naturale, il lettore; quando lo fanno, non
instaurano mai un dialogo, non evocano mai le ragioni o il senso
del loro lavoro, soprattutto non manifestano alcun interesse per
luso che se ne farà; la sola intenzione chiaramente
espressa è di ottenere, in cambio della loro fatica, preghiere
per la salvezza della loro anima.
Per concludere, lalto Medioevo appare come unepoca in
cui gli scarni bisogni di lettura corrispondono parallelamente a
un forte analfabetismo di lettura. Si ha infatti
limpressione che limportante categoria dei
semianalfabeti, laici o ecclesiastici, che erano in grado, in un
modo o nellaltro, di scrivere qualcosa dalla
sottoscrizione a un testo breve non aveva alcuna
familiarità con la lettura e con i libri; sicché la cerchia dei
lettori era ancora più ristretta di quella delle persone capaci
di scrivere. Ciò non fa che confermare, da unangolazione
completamente differente, il divario tra pratiche di lettura e di
scrittura, cui si è accennato più sopra.
Bisogna riconoscere che nellalto Medioevo le condizioni
generali non incitavano affatto a leggere. I libri erano
conservati in locali che solitamente mal si prestavano alla
lettura; e in effetti non esistevano spazi appositamente creati
per questo; si leggeva in luoghi riservati ad altre funzioni,
come la cella, il refettorio, il chiostro. La lettura era dunque
unattività ardua, e di conseguenza piuttosto rara; era
anche, sorprendentemente, unoccupazione marginale, nel
contesto dellacculturazione altomedievale. È anche vero
che in epoca carolingia si assiste allaumento della
produzione e della circolazione del libro, e che i secoli IX e X
videro crescere la pratica della lettura, come testimonia, per
esempio, la frequenza dei prestiti librari. Ma tutto ciò non fu
sufficiente a modificare radicalmente le condizioni generali di
lettura, che rimasero fortemente penalizzate, anche se
ladozione della minuscola carolina permise un miglioramento
oggettivo del modello di lettura. Nel corso dellXI secolo,
intervennero nuove migliorie atte a facilitare la lettura e la
comprensione del testo: una progressiva e diffusa affermazione
della scrittura separata; luso del trattino di rinvio per
le parole che non terminavano sulla stessa riga; luso
dellapice doppio su due di seguito; luso della forma
maiuscola per la s quando la lettera si trova in fine di
parola [7]. Ormai si preparavano tempi nuovi
e, per il libro e la scrittura, nuovi ruoli e nuove scritture si
stavano creando in una società in rapida trasformazione.
5. Nei secoli XII e XIII il quadro dinsieme della
cultura scritta europea subisce profondi cambiamenti in ragione
di fattori diversi e ben conosciuti che si possono così esporre
rapidamente: aumento generale della diffusione della lettura e
della scrittura; aumento progressivo della produzione di
documenti scritti e di atti di scrittura privati [8];
aumento particolarmente forte (ma difficilmente quantificabile)
della produzione e della circolazione dei libri; creazione di
nuove strutture e di nuove istituzioni culturali (grandi scuole,
università). Questa più intensa circolazione ha provocato,
nella società, un forte bisogno di lettura, considerevolmente
più accentuato rispetto al passato; in questa scia è apparsa
anche una domanda precisa di prodotti scritti, organizzati in
modo da facilitare, e non intralciare, la lettura stessa. Ciò è
anche conseguenza dellinstaurazione, a livello colto, di un
nuovo rapporto con il testo e con laffermazione progressiva
di nuovi modi di lettura. Secondo Malcom Parkes, "nel corso
del XII secolo sono apparsi nuovi tipi di libri e di lettori. La
lectio monastica designava un esercizio di lettura
che si faceva regolarmente per se stessi, inframmezzato di
preghiere e interrotto dalla ruminazione che serviva
da base alla meditazione. La lectio era
un processo di studio che comprendeva un esame ragionato del
testo e la sua consultazione come opera di riferimento" [9]. È precisamente per rispondere a questo tipo
particolare di domanda che sono stati introdotti nella
programmazione del nuovo modello di lettura concetti come quello
della "ordinatio" o quello della "divisio"
del testo. Mentre tali concetti erano estranei al rapporto
testo-libro dellalto Medioevo, Giordano di Sassonia, al
contrario, nel 1220 li metteva a fondamento di ciò che definisce
"forma tractatus", cioè il libro di testo della
cultura scolastico-universitaria [10].
Tra il XII e il XIII secolo una trasformazione generale del
modello, delle tecniche e delle condizioni generali di lettura si
è dunque prodotta. Il libro del periodo scolastico-medievale
differisce dal suo predecessore dellalto Medioevo in più
punti. È generalmente di grande formato, quindi pesante, poco
maneggevole e difficilmente trasportabile; ha bisogno di supporti
fissi e solidi per la lettura; la scrittura è disposta su due
colonne relativamente strette, con il testo più serrato, sicché
la riga del testo coincide pressappoco con il "campo di
riconoscimento o di fissazione" visiva [11],
cioè quella quantità di testo che è possibile abbracciare e
comprendere con un solo colpo docchio; il testo è
accuratamente ripartito in una serie di divisioni e di
suddivisioni (capitoli, paragrafi, sottoparagrafi) più
dettagliate che in passato, finalizzate a rendere la comprensione
e soprattutto la consultazione più agevole. Secondo Vincenzo di
Beauvais, la "capitulatio" è fatta affinché
"operis partes singule lectori facilius eluescant" [12]; larticolazione del testo è messa in
rilievo, sottolineata da una ricca serie di interventi e di
indicatori grafici, che comprendono le rubriche, i segni di
paragrafo, le iniziali e le maiuscole di grandezza differente, i
titoli correnti, i richiami, gli indici e gli indici alfabetici;
tutto ciò restringe, delimita, taglia il testo e lo rende
accessibile in piccole porzioni riconoscibili. La lettura, grazie
anche a numerose abbreviazioni, diviene incomparabilmente più
rapida rispetto a prima, e si trasforma spesso in una pratica, la
consultazione, che è propria del ricercatore professionista. Non
cè da stupirsi quando un rappresentante della cultura
della cultura scolastica quale Pietro Lombardo, parlando del
rapporto che egli desidera con un testo, usi espressioni quali
"statim invenire", "presto habere",
"facilius occurrere" [13]. La
lettura diviene così una pratica che si può organizzare,
determinare in anticipo; ha come fine la preparazione culturale e
lattività didattica e scientifica del nuovo intellettuale
di professione, sia laico, sia religioso: professore, giurista,
medico, teologo, notaio.
Essa non è più separata dalla scrittura, che al contrario
accompagna ormai strettamente; si legge per scrivere; è
là tutto il senso della "compilatio"; si legge e si
scrive contemporaneamente quando si commenta e quando si annota [14]; si scrive leggendo quando si compone,
poiché ogni testo è necessariamente fondato
sull "auctoritas" dei predecessori e
sulluso permanente della citazione [15].
È così che allinizio del XII secolo Guiberto di Nogent,
archivista e cronista, associava nel medesimo processo la
"perpetuitas legendi" e la "continuatio
scribendi" come le tappe necessarie e complementari
dellattività di intellettuale [16]. I
cambiamenti, in realtà, non sono limitati ai modelli e alle
tecniche di lettura; sono coinvolti anche le condizioni
meccaniche, i luoghi e gli spazi, i mezzi materiali impiegati, i
comportamenti e le attitudini dei lettori. Le biblioteche, come
si sa, si sono allora trasformate; nel corso del XIII secolo
appare e si impone in Europa un luogo consacrato alla lettura e
allo studio in comune, completamente nuovo: una sala, di
lunghezza variabile, a pianta basilicale, attrezzata con banchi
disposti orizzontalmente in file parallele; sopra, i libri,
attaccati con catene; è la tipica biblioteca degli ordini
mendicanti, nuovo modello di lettura in comune. Anche i laici
possono usufruire di queste novità, poiché le biblioteche degli
ordini servono spesso le biblioteche universitarie o di cultura
superiore, e accolgono dunque visitatori esterni [17].
Con i luoghi, anche i modi della lettura privata degli
intellettuali vanno a loro volta a cambiare. Poiché è
precisamente la riunificazione della scrittura e della lettura in
una pratica unica che ha permesso a questi intellettuali di
rivendicare, per il loro lavoro, uno spazio più vasto di prima,
meglio organizzato e anche meglio attrezzato.
LEsdra-Cassiodoro che nella Bibbia Amiatina del VII-VIII
secolo è rappresentato, secondo un modello antico, seduto su uno
sgabello, i piedi appoggiati su un panchetto, con un manoscritto
sulle ginocchia, lascia il posto allimmagine del chierico
con gli occhiali, seduto su una solida sedia davanti a un ampio
banco-scrittoio che lo protegge e lo isola. È circondato da
leggii destinati alla lettura e alla scrittura, da ripiani, da
libri aperti e chiusi, quaderni, fogli e ogni materiale di
scrittura [18].
In realtà, lideologia della lettura, che nellalto
Medioevo era legata alla pratica religiosa della
"ruminatio" del verbo divino, subisce una
trasformazione totale nel nuovo universo della cultura ufficiale,
dominata ormai dalla figura dellinsegnante pubblico.
Giovanni di Salisbury oppone la lettura privata, che definisce
come una "occupatio per se scrutantis scripturas", alla
lettura magistrale che avviene generalmente in pubblico, e che
unisce linsegnante al discepolo: "docentis et
discentis exercitium" [19]. È
questultima lettura, la "lectio", che è alla
base stessa della ricerca scolastica universitaria; è una
lettura che, dividendo e commentando i testi, li fissa con
autorità e impone loro una gerarchia; si legge per qualcuno
attivamente, ma si legge attraverso qualcuno passivamente; la
lettura è un dare e un ricevere. La "lectio", con le
sue regole fisse di scambio ineguale, diviene il modello
predominante della lettura individuale e comune dei secoli XIII e
XIV europei.
6. Modello predominante ma non unico: poiché fra il XIII e il
XIV secolo, in tutta Europa e in particolare in Italia, nelle
città e nei Comuni, la crescente alfabetizzazione dei laici ha
posto le basi per la produzione di opere letterarie in lingua
volgare e per la loro diffusione. La produzione in volgare non
cessa di crescere e si diffonde sempre di più.
Se cè stata una produzione libraria in volgare, è perché
ne esisteva la domanda. Se la domanda esisteva, è perché
cera un pubblico per formularla e per leggere. Ma non si
trattava, nellinsieme, del pubblico della cultura ufficiale
in lingua latina; cerano molti giudici, notai, chierici che
possedevano e leggevano opere in volgare; Petrarca stesso le
leggeva benché lo negasse. Ma questi non erano che la
minoranza; la grande massa dei lettori in lingua volgare era
composta da alfabeti essenzialmente monolingui, che non sapevano
il latino ma avevano ugualmente imparato a leggere e a scrivere:
erano mercanti, artigiani, bottegai, artisti, contabili,
impiegati; qualche operaio, qualche donna. In materia di lettura,
queste persone non potevano riferirsi ad alcun modello
tradizionale suscettibile di essere appreso, ripetuto e
trasmesso. Non potevano più adottare il modello colto, troppo
difficile, complesso e costoso. Hanno dovuto, per forza di cose,
inventare nuovi modi di lettura che, sia in teoria sia in
pratica, erano differenti da quelli delle persone colte: modi
indipendenti dalle istituzioni, regole, norme e rituali correnti,
e dunque, per eccellenza, liberi.
La diversità dei lettori non spiega da sola la differenza dei
modi di lettura laico-borghesi in rapporto a quelli della cultura
ufficiale. La differenza stava in primo luogo nella produzione
del libro. Il libro in lingua volgare era più spesso scritto
allinterno del suo ambito di lettura, dai lettori stessi
che ricopiavano i testi a proprio uso, dei loro figli o dei loro
amici. La differenza era ancora nel modello di lettura,
costituito generalmente da libri di carta, di medio formato, in
scritture non tipiche e corsive, disposte di preferenza su pagina
intera; il testo si presentava senza apparato di commento, con
illustrazioni e ornamenti semplici, disegnati a penna e colorati
con inchiostri o colori poveri. La differenza stava infine nei
luoghi di conservazione e di lettura dei libri; secondo un uso
tradizionale, più per analogia che per eredità dellalto
Medioevo, i libri in lingua volgare sempre poco numerosi
erano conservati nei bauli di famiglia, con le carte
importanti, i libri dei conti e tutte le scartoffie della casa.
Quanto alla lettura, si faceva in casa, in bottega, al banco,
ovunque fosse possibile. Poiché tale attività, che apparteneva
alla sfera dellozio e del tempo libero e non a quella del
lavoro, non godeva di alcun luogo che gli fosse proprio [20].
Esisteva, e si trasmetteva di generazione in generazione, un
altro mondo, un altro modo di essere del libro e della lettura di
cui aveva lesclusiva una sola classe sociale:
laristocrazia. In effetti, nellEuropa del basso
Medioevo la lettura cortese differiva fortemente dalla lettura
scolastica e da quella borghese, per numerose ragioni pertinenti
contemporaneamente ai modelli dei libri e ai comportamenti
personali. Per quanto concerne i modelli, il libro che risponde
alle esigenze e agli usi cortesi è in pergamena, di medio o
piccolo formato, in scrittura formale su due colonne, miniato e
ornato più o meno riccamente secondo il caso e, come il modello
borghese, privo di commento. Inoltre la lettura cortese, come del
resto quella borghese, non ha mai luoghi di lettura particolari;
ha però a disposizione i larghi spazi sociali della vita
cortese, saloni, ampie camere e, allesterno, gli spazi
aperti delle corti, dei giardini e dei parchi: "La dama fece
sistemare nel grande giardino due giacigli in ricca seta, e vi
fece portare tutto loccorrente per la musica, la lettura e
la scherma" [21].
La lettura cortese, infatti, va ad inserirsi, come elemento
complementare, in una "paideia" più complessa e
organica che comprende le arti della conversazione, della musica
e del corpo; essa si accompagna così soventemente
allesercizio fisico come la passeggiata, il gioco, la
danza, la scherma, o in alternativa ad essi, ed è poi seguita
dalla musica. In più, mentre la lettura del chierico o del
mercante resta unattività prettamente maschile, o quasi,
la lettura cortese è, invece, affare di donne come di uomini. Si
ricordi la lettura comune di Paolo e Francesca, immortalata da
Dante (Inf., V, vv. 127-138).
7. A Firenze, a cavallo tra il XIV e il XV secolo, "una
brigata di giovani arroganti" [22], con
alla testa Niccolò Niccoli, opera, nel campo dello studio dei
testi classici e della produzione dei libri, un ritorno radicale
allantichità. I promotori di questo movimento erano tutti
borghesi o piccolo borghesi; ma hanno risolutamente respinto il
modello di libro proprio della cultura mercantile e volgare
contemporanea, per andare a cercare il loro modello tre o quattro
secoli prima, nei libri di epoca romanica, scritti ancora in
minuscola carolina e totalmente differenti dai libri
dellepoca scolastica-universitaria. Si tratta di
unoperazione che, in una certa maniera, aveva conosciuto un
precedente nella seconda metà del XIV secolo, grazie ad alcuni
umanisti, in particolare a Petrarca; ma mai era stata spinta,
come in quel momento, alle estreme conseguenze.
Il risultato fu un rinnovamento completo del tipo di libro, che
presenta le seguenti caratteristiche: formato ridotto, medio o
piccolo, talvolta quasi quadrato; assenza di commento, che libera
il testo da ogni pedante interpretazione; scomparsa del sistema
fisso e visibile di divisione e organizzazione del testo e
rivoluzione nel sistema grafico: una minuscola a imitazione della
carolina viene a sostituirsi alla gotica libraria, mentre una
capitale romanica rimpiazza le maiuscole di stile gotico. In più
le abbreviazioni, così frequenti nei libri di tradizione
universitaria, praticamente scompaiono [23].
Le conseguenze di tali cambiamenti sui modi di lettura sono state
di grande importanza: la lettura, privata di tutti gli espedienti
per renderla più rapida, è dovuta tornare a un ritmo lento e
riflessivo, concentrarsi sul testo, unico padrone della pagina;
la consultazione, privata degli strumenti sussidiari forniti
dalla cultura universitaria, ha dovuto modificare i suoi ritmi e
le sue funzioni. Ma linnovazione più importante, la più
gravida di conseguenze, è quella che ha sostituito a un sistema
grafico compatto, i cui elementi si serravano uno accanto
allaltro lungo la riga di scrittura, un sistema aerato, nel
quale le parole, ma soprattutto le lettere, viste e fissate come
segni indipendenti, erano ormai separate le une dalle altre.
Questo fenomeno era destinato a diventare, più tardi, una delle
caratteristiche dei modi di lettura propri della stampa. Ma, in
questo inizio di secolo, deriva piuttosto, sembra, da questa
nuova forma di percezione visiva più razionale della precedente,
che, secondo Walter Ong [24], cosituisce una
delle innovazioni dellumanesimo, che si è tradotta in un
migliore equilibrio fra bianco e nero sulla pagina, sulle righe e
fra le righe del nuovo modello di lettura.
I cambiamenti intervenuti in tal modo non hanno tuttavia
comportato modifiche così radicali nelle condizioni di lettura,
rimaste, al contrario, legate al modello dellepoca
precedente. I modi di lettura del XV secolo continuano infatti ad
obbedire a regole elaborate precedentemente, nellambito
della cultura scolastico-universitaria per ciò che concerne le
condizioni materiali di lettura, che si tratti del mobilio,
dellattrezzatura, della disposizione dei luoghi di lettura
e così via. Il rispetto della tradizione, sotto questo aspetto,
della vita intellettuale, non ha rinunciato al prestigioso
modello del professore universitario, né al suo corollario, la
lettura irrigidita, autoritaria e gerarchica.
Da questo punto di vista, la rottura decisiva con il passato non
si produsse che nellultimo quarto del XV secolo, quando
vennero a galla le conseguenze di tre innovazioni che avevano
avuto luogo nellambito de1la cultura scritta: la creazione
di "biblioteche di Stato", fondate da qualche principe
o sovrano dEuropa e dItalia sul modello umanistico;
la contemporanea presenza nel sistema di lettura di libri
manoscritti e di libri a stampa; la nascita, infine, del nuovo
libro di lettura laico di piccolo formato: l
"enchiridion" manuziano, il piccolo tascabile delle
nuove generazioni di lettori.
In tale contesto, lesperienza della scrittura che ha potuto
fare un Angelo Poliziano appare particolarmente significativa [25]. Questo intellettuale, moderno sotto molti
aspetti, e nettamente differente dai suoi contemporanei, si
avvicina al mondo dei libri come a un repertorio aperto e
inesauribile, diacronico e plurilingue con immense possibilità
di sviluppo; ma, allo stesso tempo, egli intrattiene con il libro
un rapporto assai libero ed agile, poco preoccupato del possesso,
che si realizza spesso fuori da ogni contesto istituzionale e da
ogni rituale fisso; questa lettura si accompagna talvolta ad
altre attività fisiche ed intellettuali, come mostrano due
estratti delle sue lettere in lingua volgare: "Ieri sera
cominciammo a leggere un poco di s. Agostino. E questa lezione
risolvessi alfine nel musicare e in iscorgere e dirozare certo
modello di ballerino che è qua" [26];
"visitiamo questi orti, che ne è piena la città di Pistoia
e qualche volta la libreria di maestro Zambino, che ci ho trovato
parecchi buone cosette, et in greco et in latino" [27].
Poliziano era un professore; era anche il più grande filologo
del suo tempo. E perciò, nel suo modo di leggere, nella
leggerezza dei rapporti che intratteneva con il libro e il testo,
si distinguono facilmente le finalità edonistiche che facevano
tradizionalmente parte delleducazione aristocratica e che
si ritrovano nella lettura laica e borghese allepoca della
stampa; in una parola, all'interno di una lettura delluomo
colto dellepoca moderna.
8. Tutto ciò che è stato appena detto mostra chiaramente che
nel mondo della cultura scritta del Medioevo nuove tendenze o
nuove pratiche si sono messe in luce allinterno di gruppi
appartenenti allavanguardia culturale, o allinterno
di classi recentemente alfabetizzate che avevano accesso per la
prima volta, in massa, al libro. Queste tendenze e queste
pratiche si sono esercitate allinizio sui vecchi modelli di
lettura, sui modelli la cui appartenenza a sistemi culturali
precedenti rendeva impropri a un nuovo uso. È per questo che i
promotori di nuove pratiche hanno cercato subito di modificare il
modello di lettura allora in vigore, e dunque a immaginare,
produrre e imporre un nuovo tipo di libro. Fu soltanto in un
secondo tempo che la diffusione del nuovo modello di lettura
finì per provocare, poco a poco, una modificazione anche degli
strumenti e dei luoghi di lettura.
La storia della formazione e della propagazione lenta e
progressiva del modello della lettura umanistica è un argomento
a favore di una tale interpretazione. Nel 1366 Petrarca, in una
lettera a Boccaccio, vanta le virtù dellantica minuscola
carolina che, per la sua semplicità assoluta, per la
comprensione immediata del testo che permette, rappresenta per
lui l'ideale di scrittura. Essa è, così scrive, "castigata
et clara seque ultro oculis ingerens" (Fam. XXIII,
19,8). Gli obiettivi erano dunque chiari dallinizio e le
tendenze evidenti. E tuttavia bisognò aspettare più di
trentanni perché a Firenze un gruppo di intellettuali
davanguardia realizzasse il nuovo modello di libro a cui
aspirava Petrarca. E bisognò aspettare ancora di più perché,
per effetto di circostanze diverse, qualcosa cambiasse nei luoghi
e con questi, nellidea stessa di lettura. Così
(finalmente) liberata dallo schema comodo ma rigido della
"lectio" scolastica essa si è trasformata in un
rapporto più libero (e più problematico) con il testo scritto.
Note
- Sulla lettura nel Medioevo cfr. H.-J.
Martin, Pour une histoire de la lecture, in
"Revue française dhistoire du livre",
46, 1977, pp. 583-609 ; G. Severino Polica, Libro,
lettura, "lezione" negli Studia degli ordini
mendicanti (sec. XIII), in Le scuole degli ordini
mendicanti, Todi, 1978, pp. 375-413; P. Saenger, Silent
Reading: Its Impact on Late Medieval Script and Society,
in "Viator", 13, 1982, pp. 367-414; Id., Manières
de lire médiévales, in Histoire de
lédition française, I, Le livre
conquérant. Du Moyen Âge au milieu du XVIIe
siècle, Paris, 1982, pp. 131-141.
- Cfr. A. Petrucci, Dal libro unitario al
libro miscellaneo, in Società romana e impero
tardoantico, IV, ed A. Giardina, Roma, 1986, pp.
173-187.
- In Silent Reading, p. 377. Cfr.
anche la relazione di M. B. Parkes, The Contribution
of Insular Scribes of the Seventh and Eighth Centuries to
the "Grammar of the Legibility", in Grafia
e interpunzione del latino nel Medioevo. Atti di convegno
(Roma, 27-29 settembre 1984), a cura di A. Maierù,
Roma, 1987.
- P. Supino Martini, Scrittura e
leggibilità nel secolo IX, in Libri e documenti
dItalia: dai Longobardi alla rinascita delle città,
a c. di C. Scalon, Udine, 1996, pp. 35-60 (con 10 tavv.).
- Cfr. A. Petrucci, Alfabetismo ed
educazione grafica degli scribi altomedievali, in The
Role of Book in Medieval Culture, a cura di P. Ganz,
I, Turnhout, 1986, pp. 109-131.
- Casuum Sancti Galli Continuatio I
auctore Ekkehardo IV, in MGH, SS, II,
Hannover, 1829, p. 122.
- Cfr. A. Petrucci, Istruzioni per la
datazione, in Censimento dei codici dei secoli
X-XII, in Studi medievali, III s., IX, 1968,
pp. 1115-1126.
- Cfr. M. T. Clanchy, From Memory to
Written Record. England, 1066-1307, London, 1979, 2a
ed. 1992, pp. 34-35.
- M. B. Parkes, The Influence of the
Concepts of Ordinatio and Compilatio in the Development
of the Book, in Medieval Learning and Literature.
Essays Presented to R. W. Hunt, Oxford, 1976, pp.
115-141 (qui p. 115).
- Ibidem, p. 120.
- J. Taylor, Insegnare a leggere e a
scrivere, Milano, 1976, p. 25.
- M. B. Parkes, The Influence, p.
133.
- Cfr. R. Roose-M. Roose, Statim
invenire. Schools, Preachers and new Attitudes to the
Page, in Renaissance und Renewal in the Twelfth
Century, Oxford, 1982, pp. 201-225.
- Per il lettore "legens et
rescribens" cfr. Severino Polica, Libro, lettura,
pp. 394-395.
- Per i quattro modi "faciendi
libros" dello scriba che "Scribit aliena, nihil
addendo, vel mutando", del "compilator"
che "scribit aliena, addendo, sed non de suo",
del "commentator" che "scribit et aliena
et sua" e infine dell "auctor", che
"scribit et sua et aliena, sed sua tamquam
principalia", cfr. Bonaventura, Commentarium in I
Librum Sententiarum, in Opera Omnia, Ad Claras
Aquas, 1882, pp. 14-15.
- M. C. Garand, Le scriptorium de Guibert
de Nogent, in "Scriptorium", 31, 1977, p.
3.
- Cfr. A. Petrucci, Le biblioteche
antiche, in Letteratura italiana, Torino,
1983, vol. II. Produzione e consumo, pp. 529-532.
- Id., Gli strumenti del letterato,
in Letteratura italiana, Torino, 1982, vol. II, Il
letterato e le istituzioni, pp. 2, 3, 6, 7.
- Cfr. Severino Polica, Libro, lettura,
pp. 377-378.
- Cfr. A Petrucci, Le biblioteche antiche,
pp. 543-546.
- La Tavola Rotonda e listoria di
Tristano, I, Bologna, 1864, p. 419.
- Secondo una felice espressione di E. H.
Gombrich, From the Revival of Letters to the Reform of
Arts. Niccolò Niccoli and Filippo Brunelleschi, in Essays
in the History of Art
to R. Wittkower, London,
1967, pp. 71-82, qui p. 82.
- Una sintesi in A. Petrucci, "Anticamente
moderni e modernamente antichi", in Id., Libri,
scrittura e pubblico nel Rinascimento. Guida storica e
critica, Bari, 1979, pp. 21-36.
- Cfr. W. J. Ong, System, Space and
Intellect in Renaissance Symbolism, in
"Bibliothèque dHumanisme et
Renaissance", 18, 1956, p. 228.
- A. Petrucci, Le biblioteche antiche,
pp. 551-554.
- In una lettera dell8 aprile 1476 a
Clarice Orsini, in A. Poliziano, Prose volgari inedite
e poesie latine e greche edite e inedite, Firenze,
1867, p. 47.
- Lettera del 31 agosto 1478, ibid.,
p. 61.
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